L’Europa può ancora rappresentare un’alternativa a un mondo nel quale i rapporti tra gli Stati sembrano tornare a essere regolati dalla forza, dalla minaccia e dalla competizione militare. È il messaggio politico più netto lanciato da Papa Leone XIV a Metz, ultima tappa del suo viaggio apostolico in Francia, nel discorso pronunciato al Centro Congressi Robert Schuman durante l’incontro “Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità”. Un intervento nel quale il Pontefice ha indicato nell’esperienza dell’integrazione europea la dimostrazione concreta che interessi divergenti possono essere composti attraverso il dialogo, il diritto e il compromesso invece che attraverso lo scontro.

La tappa a Metz ha chiuso un viaggio apostolico di grande impatto iniziato con l’incontro all’Eliseo con il presidente Macron, proseguito con le visite all’Unesco e alla cattedrale di Notre Dame e culminato con la messa in Place del Concorde, ridenominata la “Place del Leon” dove il Papa è stato accolto da una folla di 800.000 persone. Il viaggio apostolico è poi proseguito a Lourdes, concludendosi a Metz, città simbolo della costruzione dell’Europa unita in un momento in cui la Francia, al pari di altri Paesi europei come la vicina Germania, guardano con forte preoccupazione alle varie tornate elettorali che si terranno nel 2027, caratterizzate da una fortissima polarizzazione politica che sta mettendo in difficoltà i partiti europeisti, favorendo formazioni estremiste e anti-UE.

“L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, dimostrando negli ultimi 80 anni che è possibile far prevalere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti incontrandosi invece che scontrarsi”, ha affermato Leone XIV. Un passaggio inserito in una critica più ampia al progressivo deterioramento delle relazioni internazionali, che il Papa ha descritto come sempre più “barbare”, segnate dalla svalutazione della parola data, dal ricorso alla menzogna e dalla volontà di dominio.

Parlando dopo il presidente Macron e l’arcivescovo di Marsiglia, il cardinale Jean-Marc Aveline, il Papa ha recuperato il significato originario della costruzione europea nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale. L’Europa immaginata da Robert Schuman, ha ricordato, era quella nella quale si sceglieva di “dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi” e di mettere in comune le risorse affinché una nuova guerra diventasse “non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile”. Un modello che, secondo il Pontefice, conserva tutta la propria attualità mentre il continente torna a confrontarsi con la guerra e con una crescente centralità dello strumento militare.

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Nel suo intervento, il Pontefice ha fatto riferimento ai conflitti che nuovamente sono tornati nel continente, come quello in Uraina, provocando quella che ha definito, riprendendo un’espressione della tradizione pontificia, una nuova “inutile strage” con innumerevoli vittime civili.

Da Metz il Papa ha chiesto “dialogo paziente”, “coraggio nella negoziazione” e la disponibilità a rinunciare ad alcune posizioni in nome del bene superiore della pace. Ma ha anche precisato che la ricerca della pace non deve essere confusa con “un irenismo ingenuo”: costruirla richiede, al contrario, iniziativa politica e quelli che Schuman definiva “sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano”.

Il Pontefice ha quindi rivolto un monito diretto all’Europa sulla corsa al riarmo. “Bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo”, ha affermato, osservando come l’aumento delle spese militari venga spesso giustificato dai governi attraverso il pericolo rappresentato dagli altri. La domanda da porsi, secondo Leone XIV, è se si stiano davvero compiendo “sforzi creativi” per costruire la pace oppure se ci si stia limitando “ad arginare l’emorragia della guerra e a prepararci meglio a quella che supponiamo debba ancora venire”.

Una presa di posizione particolarmente significativa in una fase nella quale gli Stati europei e la stessa UE stanno rafforzando i propri programmi militari anche alla luce dell’impegno assunto dai Paesi europei membri della NATO di aumentare fino al 5% del PIL le spese destinate alla sicurezza.

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Schuman e le radici cristiane dell’Europa

La scelta di Metz come conclusione del viaggio apostolico di Leone XIV non è stata affatto casuale. Città di frontiera segnata dalle guerre tra Francia e Germania, Metz è profondamente legata alla figura di Robert Schuman, uno dei tre padri fondatori dell’Europa insieme all’italiano Alcide De Gasperi e al tedesco Konrad Adenauer. Schuman, dichiarato venerabile nel 2021 da Papa Francesco, visse a lungo in Mosella, rappresentò la regione all’Assemblée nationale e nei pressi di Metz elaborò la dichiarazione del 9 maggio 1950, considerata uno degli atti fondativi del processo di integrazione europea. In un articolo pubblicato in occasione della visita apostolica, il quotidiano francese Le Monde ha ricordato come proprio la storia tormentata della città — passata più volte tra Francia e Germania — ne faccia un luogo particolarmente simbolico per parlare oggi di riconciliazione europea.

Per Leone XIV, però, comprendere l’Europa significa andare ancora più indietro rispetto alla nascita delle Comunità europee. Il Pontefice ha dedicato una parte consistente del discorso alle radici cristiane del continente, ricordando in particolare san Benedetto, proclamato patrono d’Europa da Paolo VI nel 1964.

Dall’assistenza ai poveri e ai malati alla nascita delle università e degli ospedali, dall’educazione allo sviluppo delle scienze, dal diritto all’organizzazione delle città, il monachesimo benedettino ha contribuito, secondo Leone XIV, a costruire la civiltà europea. “Non si può parlare dell’Europa senza evocare il cristianesimo”, ha sottolineato il Papa, richiamando anche le parole dello stesso Schuman sull’uguaglianza di tutti gli uomini e sulla legge universale dell’amore e della carità.

Un riferimento che il Pontefice ha voluto sottrarre a una lettura confessionale. Infatti, per Prevost, riconoscere il debito della cultura europea nei confronti del cristianesimo non significa, ha spiegato, imporre una particolare fede, ma riconoscere il contributo dato alla centralità della persona, alla dignità umana e a valori oggi posti alla base dell’ordinamento europeo, dalla libertà alla democrazia, dall’uguaglianza allo Stato di diritto.

Leone XIV ha richiamato anche il dialogo previsto dai Trattati europei tra le istituzioni dell’Unione e le Chiese, sostenendo che la laicità non debba tradursi nell’esclusione della dimensione religiosa dallo spazio pubblico, ma debba consentire una collaborazione nel rispetto dell’autonomia reciproca.

Al centro della riflessione del Papa anche il multilateralismo. Il diritto internazionale, ha affermato, insieme alla pari dignità degli Stati costituisce “il migliore antidoto alla volontà di dominio che è all’origine di ogni conflitto”. È ancora una volta il metodo europeo a rappresentare, secondo Leone XIV, la possibile risposta. Il principio secondo cui gli accordi devono essere rispettati — pacta sunt servanda — non dispone della stessa capacità coercitiva propria degli ordinamenti nazionali, ma rappresenta il fondamento delle relazioni tra Stati. La costruzione europea ha dimostrato, secondo il Pontefice, che persino nazioni a lungo nemiche possono scegliere di vincolarsi reciprocamente attraverso norme e istituzioni comuni.

Il Papa ha poi citato la celebre formula della dichiarazione Schuman – “L’Europa non si farà d’un tratto, né attraverso una costruzione d’insieme: si farà attraverso realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto” – sottolineando che rappresenta una lezione per l’Europa contemporanea chiamata a non perdere fiducia nella capacità di avanzare perché i progressi possono essere piccoli e apparentemente impercettibili.

Migrazione, integrazione e il messaggio ai giovani

Un altro passaggio del discorso è stato dedicato alle migrazioni, indicate dal Papa come una nuova fase della lunga storia europea di incontri tra culture e popoli. Guerre, persecuzioni, povertà e ricerca di condizioni di vita migliori stanno portando nel continente uomini e donne provenienti da realtà diverse.

Leone XIV ha ribadito la necessità di “vie legali e sicure”, del soccorso delle persone in pericolo, della lotta ai trafficanti e della protezione delle vittime. Ma ha aggiunto che l’accoglienza, da sola, non basta: “Accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia”, offrendo la possibilità di sviluppare talenti e capacità, ma anche di “entrare nello spirito della casa”.

Per il Papa, quindi, l’arrivo di nuove culture non richiede all’Europa di abbandonare la propria identità, ma al contrario di riscoprirla: radici e apertura al dialogo devono procedere insieme.

Il discorso si è concluso guardando alle nuove generazioni. Leone XIV ha invitato i giovani europei a raccogliere l’eredità di Schuman e a costruire un continente “riconciliato, unito e forte”.

“Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione”, ha esortato, invitandoli ad amare la vita, a non avere paura del futuro, a formare famiglie e ad assumersi responsabilità nella società, anche attraverso l’impegno politico.

È a loro, in definitiva, che Leone XIV ha affidato il futuro dell’esperimento europeo: un continente nato dopo la più devastante delle guerre con l’ambizione di sostituire alla forza il diritto, alla rivalità la cooperazione e al conflitto quella “solidarietà di fatto” immaginata da Schuman oltre settant’anni fa. Un modello che, nel mondo descritto dal Papa a Metz, torna ad avere per l’Europa non soltanto un valore storico, ma una funzione politica immediata.

[con il contributo di Mattia Falessi]

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